Fudōchishinmyōroku – La testimonianza segreta della Saggezza Immutabile

Aquarello Manjusri

 

Estratto da Takuan Sōhō – lo Zen e l’arte della spada OSCAR MONDADORI 2008
Introduzione
Takuan Sōhō fu monaco Zen , ma fu anche calligrafo, pittore, poeta, maestro dell’arte del giardinaggio e del the, e, forse, fu l’inventore della salamoia che ancor oggi porta il suo nome. I suoi scritti possono considerarsi prodigiosi (la collezione completa dei suoi lavori consta di sei volumi), e sono fonte di ispirazione e di suggerimenti per il popolo giapponese di oggi, cosi come la sono stati dal momento in cui sono stati redatti, tre secoli e mezzo or sono.

Fudōchishinmyōroku
La testimonianza segreta della Saggezza Immutabile

I – l’infermità di permanere nell’ignoranza
Il termine ignoranza indica l’assenza dell’’illuminazione, l’oscurità. È come dire inganno, errore, illusione.
Luogo di stallo è quello in cui la mente si ferma.
Nella pratica del Buddismo si dice vi siano cinquantadue stadi e, tra uno e l’altro di questi, il luogo su cui la mente si ferma viene detto luogo di stallo.
La mente si ferma quando è trattenuta da un oggetto,un’azione, una riflessione, una preoccupazione la quale può essere di qualunque natura.
Nell’ambito dell’arte marziale stessa fermarsi significa, ad esempio, osservare la spada in movimento mentre sta per colpire.
La mente, fissa, si preoccupa della spada in se, e non permette ai movimenti dello spadaccino di essere liberi e compiuti. In quel medesimo istante l’avversario ha la meglio.
Occorre fare in modo che la mente non venga trattenuta dalla visione della spada che si muove per colpire. Occorre, altresì, entrare in sisntonia col il ritmo della spada che avanza.
Se non si pensa che si è in procinto di di colpire, se non si permette che nascano pregiudizi e riflessioni, se, nell’istante preciso che si vede la spada che oscilla, questa visione non invaderà totalmente la mente, si potrà intervenire nell’azione dell’avversario strappandogli la spada.
Ci si potrà impossessare dell’arma che stava per ferirci, rendendola, all’opposto, strumento del ferimento dell’avversario.
Nello Zen questo viene indicato come “impadronirsi della lancia e trafiggere l’uomo che è venuta a trafiggerti”. La lancia è un’arma. Il punto focale di questa sentenza risiede nell’affermare che proprio la spada strappata all’avversario diviene l’arma che lo trafiggerà. Questa, da un altro punto di vista, può definirsi “Non-Spada”.
Che sia a causa del colpo portato dall’avversario o dal nostro proprio colpo, che sia a causa dell’individuo che cerca di colpirci o della spada che ci sta colpendo, che sia a causa della posizione o del ritmo, se la mente risulta in qualsiasi modo distratta, le azioni patiranno di irresolutezza, e questo potrebbe voler dire soccombere.
Se ci si pone davanti all’avversario, la mente sarà totalmente assorbita da questi. La mente non dovrebbe mai richiusa in noi stessi. Legare la mente a se stessi è proprio di chi, principiante, tenta i primi passi nella disciplina.
La mente può essere occupata dalla spada altrui o dalla propria, può concentrarsi sul ritmo della disputa, può soffermarsi sulla visione di un attimo; la mente può essere catturata da un “luogo” qualunque, ma in questo modo diventa un guscio vuoto. Ciascuno, di certo, ha avuto esperienza di ciò. Tutto questo può riferirsi al Buddismo.
Nel Buddismo si definisce infermità il fermarsi della mente in condizione di stallo. Ecco perché diciamo “l’infermità di permanere nell’ignoranza”.